La paura dei momenti difficili e come attraversarli senza perderti
Ci sono periodi in cui la vita si inceppa, prende una strada laterale, smette di assomigliare a quella che avevamo immaginato. In questo articolo ti racconto cosa ho imparato io, dentro ai miei momenti difficili, su blocco, rabbia, paura, corpo e ripartenza.
Si tratta di stare al meglio delle tue possibilità
dentro la vita reale che c’è.”
Ci sono temi che fanno un rumore strano dentro. Temi che non affronto alla leggera, perché ogni volta che ci torno sento ancora il peso, il calore, la fatica, ma anche la gratitudine di esserci passata e di essere ancora qui a poterne parlare.
Questo è uno di quei temi. La paura dei momenti difficili. Non la paura astratta, teorica, detta bene. Ma quella vera. Quella che ti prende quando la vita cambia tono e tu non l’avevi deciso. Quando il corpo si inceppa. Quando i medici diventano un pezzo della tua agenda. Quando senti che la tua storia si è spostata su un binario che non avevi prenotato.
Per anni io ho pensato che uscire da un momento difficile significasse tornare il prima possibile a come ero prima. Tornare alla normalità. Tornare alla vita che avevo immaginato. Tornare a essere quella che non si ferma, che va, che produce, che dimostra, che recupera il tempo perso.
Poi ho capito una cosa scomoda, ma liberante: nessuno mi avrebbe ridato indietro il tempo. Nessuno mi avrebbe chiamata per scusarsi. Né l’universo, né la vita, né qualche entità superiore con il modulo dei reclami in mano. Quello che era successo, era successo. E la domanda non poteva più essere: “Come faccio a tornare alla vita perfetta?”
La domanda, semmai, diventava un’altra: “Come posso stare al meglio delle mie possibilità, dentro la vita reale che c’è adesso?”
La prima cosa che ho imparato: accettare me, non il disastro
Quando parlo di accettazione non intendo quella cosa un po’ new age del “abbraccia tutto e sorridi”. Non intendo dire che devi farti piacere quello che ti fa soffrire. Non intendo neanche dirti che bisogna rassegnarsi.
Quello che ho imparato io è un po’ diverso: prima accetti te stessa dentro quella realtà, meglio è. Accetti che sei spaventata, arrabbiata, triste, fragile, stanca, disillusa. Accetti che forse non sei la versione efficiente e brillante che avevi in mente. Accetti che sei imperfetta, sì. Ma sei reale. E il reale è l’unico posto da cui si può cominciare davvero.
Perché è da lì che la mia vita ha smesso di essere una lotta con l’immagine di come doveva andare.
La seconda cosa: non saltare nessuna emozione
Nei momenti difficili non si provano solo tristezza e paura. Si prova anche una rabbia feroce. Una rabbia che magari non è elegante, non è spirituale, non è “bella da raccontare”, ma c’è. Io l’ho sentita tantissimo. Sono stata arrabbiata con chi mi dava consigli non richiesti, con chi minimizzava, con chi cercava di consolarmi male, con chi sembrava avere una vita semplice mentre io facevo i conti con medici, esami, attese, ricoveri.
E a un certo punto ho capito che sotto quella rabbia c’era un sacco di energia. Se avevo ancora la forza di rimuginare, protestare, pensare, ripensare, discutere interiormente con il mondo intero, voleva dire che non ero spenta. C’era ancora qualcosa di vivo, fortissimo, sotto.
Quella energia potevo lasciarla lì, a bruciarmi dentro. Oppure potevo provare a incanalarla. E per me è stato un passaggio enorme. Perché ho smesso di chiedermi “come faccio a non provare rabbia?” e ho iniziato a chiedermi “cosa ci faccio con tutta questa energia?”.
La terza cosa: agire, anche imperfettamente
Questa è forse la parte più dura da dire e da sentire, ma per me è stata essenziale: se sei caduta, a un certo punto il movimento del rialzarti dovrà partire da te.
Non vuol dire farcela da sola. Non vuol dire non chiedere aiuto. Non vuol dire diventare Wonder Woman e mettere il rossetto mentre il mondo brucia. Vuol dire però che c’è un punto in cui il millimetro di spostamento, il primo vero gesto, quello nessuno può farlo al posto tuo.
Per me questa cosa si è tradotta in tanti modi: studiare, leggere, sperimentare strumenti, fare psicoterapia, lavorare sulle credenze, sul pensiero, sul corpo, sulla respirazione, sull’alimentazione. Ma soprattutto smettere di lasciare che quel periodo difficile diventasse il mio “per sempre”.
| Quando resto incastrata qui | Quando faccio un piccolo movimento |
|---|---|
| Continuo a inseguire la vita perfetta che non è arrivata | Comincio a prendermi cura della vita reale che c’è |
| Mi giudico perché sto male | Mi accolgo nel fatto che sto male |
| Combatto le emozioni | Le riconosco e uso la loro energia |
| Aspetto di sentirmi pronta | Faccio un passo anche se non mi sento pronta |
Il corpo non è un dettaglio
Una delle cose che ho capito meglio negli anni è questa: il corpo non è un accessorio. Non è una cosa che ci portiamo dietro finché non torna utile per l’estate o per una foto. Il corpo è la nostra casa. È l’unica cosa che abiteremo per sempre.
Io questa cosa l’ho capita ancora di più nei momenti in cui il corpo sembrava tradirmi. Eppure proprio lì, proprio quando era facile staccarmi, odiare tutto, sentirmi una vittima, ho intuito che l’unica possibilità era tornare a lui. Trattarlo meglio. Rimetterlo nel centro.
Mi ricordo il periodo delle terapie, dell’isolamento, delle stanze piccole di ospedale. E mi ricordo che quando avevo un filo di energia facevo esercizi, squat, movimenti, qualunque cosa mi aiutasse a dire a me stessa: “Io e questo corpo siamo ancora vivi. Siamo ancora qui. Non siamo finiti.”
È anche per questo che oggi insisto tanto su allenamento, respiro, alimentazione, pratiche, corpo, mente. Non per una questione estetica. Ma perché nei momenti difficili il corpo può diventare una zattera. Una casa che ti ricorda che sei ancora dentro la tua vita.
Serve per forza una psicoterapia?
Io non amo le risposte assolute, quindi non ti dirò: sì, sempre, per tutti. Però ti posso dire una cosa molto onesta: per me è stata importante. Molto.
Ci sono strumenti che aiutano a sbloccarsi, a organizzarsi, a fare il passo successivo. E vanno benissimo. Ma c’è anche una parte più profonda, più emotiva, più sotterranea, che nei momenti difficili spesso ha bisogno di essere vista con qualcuno. Non perché da solə non vali abbastanza, ma perché stare male e cercare di scavare da solə, nello stesso momento, non è semplice.
La psicoterapia, per me, è stata uno dei luoghi in cui ho potuto smettere di performare, smettere di spiegarmi bene, smettere di fare la brava, e cominciare semplicemente a stare con quello che c’era.
Quello che mi tengo stretto oggi
Oggi non penso di aver capito come si esce da un blocco una volta per tutte. Io stessa mi blocco, mi sblocco, poi magari mi riblocco su un altro piano, e poi di nuovo mi rimetto in cammino. Però qualcosa l’ho imparata.
Ho imparato che non devo aspettare di tornare perfetta per sentirmi viva. Ho imparato che la rabbia può essere una benzina. Ho imparato che il corpo va trattato come casa. Ho imparato che il mio meglio non nasce dalla perfezione, ma dalla sincerità con cui sto dentro a quello che vivo.
E forse soprattutto ho imparato che un periodo difficile non deve diventare per forza la tua identità. Può essere un pezzo della tua storia, anche un pezzo durissimo, ma non deve essere l’unica definizione possibile di te.
Ascolta l’episodio originale
Se vuoi ascoltare da dove nasce questo articolo, qui trovi l’episodio da cui è tratto.
Puntata 5: La paura dei momenti difficili e come superarli
Se questo tema ti tocca da vicino
Se leggendo queste righe ti sei riconosciutə nell’ansia, nell’agitazione, nella paura che ti blocca, nei pensieri che corrono troppo veloci o in quella sensazione di non riuscire a tornare a te, allora forse può esserti utile fare un passo più guidato.
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FAQ — Domande che potresti avere
Accettare significa arrendersi?
No. Per me accettare non significa rassegnarsi, ma smettere di sprecare energia a combattere la realtà dei fatti. È da lì che posso davvero cominciare a prendermi cura di me.
Che ci faccio con tutta la rabbia che sento?
Prima la riconosci. Poi ti chiedi dove può andare quell’energia. La rabbia, se ascoltata, può diventare movimento, decisione, confine, allenamento, azione. Se ignorata, tende solo a implodere o a esplodere male.
Perché insisto tanto sul corpo?
Perché il corpo è la nostra casa. Nei momenti difficili tornare al corpo — al respiro, al movimento, alla cura — può essere uno dei modi più concreti per tornare anche a se stessi.
Conclusione
Non so se si esce davvero dai momenti difficili una volta per tutte. So però che si può imparare a non consegnare loro tutta la propria identità. Si può accettare di essere imperfettə, ma reali. Si può riconoscere la rabbia. Si può usare il corpo come casa. Si può fare un passo, anche piccolo, anche storto.
E a volte, davvero, è così che si ricomincia: non con una rivoluzione pulita, ma con un millimetro di verità in più.